Quella di ieri è stata un’altra giornata nera sulla linea Adriatica, l’ennesima che mette a dura prova la pazienza di passeggeri e addetti ai lavori.
Tutto ha avuto origine alle 12:30, quando a Incoronata si è verificato un grave inconveniente tecnico alla linea elettrica, causato dal Frecciarossa 8824 effettuato con ETR 500 n.40, che ha letteralmente strappato la linea aerea. Da quel momento la circolazione si è fermata di colpo, senza mezzi termini: linea sospesa, treni bloccati, informazioni frammentarie.
Nel primo pomeriggio la situazione è rapidamente degenerata. La sospensione della circolazione ha coinvolto Alta Velocità, Intercity e Regionali, tutti indistintamente, su uno degli assi più delicati del Paese. Alle 17:00 la linea risultava ancora completamente interrotta: nessuna possibilità di instradare i convogli, ritardi in accumulo e prime decisioni drastiche, come limitazioni di percorso e cancellazioni, soprattutto per il traffico regionale. L’Adriatica, ancora una volta, si dimostrava fragilissima di fronte a un singolo guasto infrastrutturale.
Solo alle 18:00 si è riusciti a riaprire parzialmente la linea, ma parlare di normalità sarebbe stato un insulto alla realtà. La circolazione, da sospesa, è passata a fortemente rallentata, con ritardi che potevano arrivare fino a 250 minuti. È in questa fase che il caos si è manifestato in tutta la sua gravità: bus sostitutivi tra Foggia e Bari, treni "spezzati", instradamenti d’emergenza e passeggeri lasciati a gestire coincidenze saltate e viaggi stravolti.

L’elenco dei treni colpiti è impressionante e racconta meglio di qualunque commento l’impatto dell’evento. Frecce e Intercity hanno accumulato ritardi superiori ai 60 minuti, con punte che hanno raggiunto e superato le 5 ore. Il FR 9805 Torino–Lecce, il FR 8807 Milano–Taranto, il FR 8828 Lecce–Venezia, gli Intercity 612, 607 e 614: tutti trascinati in una spirale di ritardi monstre, simbolo di una gestione dell’emergenza che ha faticato a tenere il passo con la complessità della situazione.
Il caso più emblematico resta ovviamente quello del FR 8824 Lecce–Milano, il treno all’origine del guasto: cancellato da Foggia a Pescara, con i passeggeri smistati su altri convogli già pesantemente compromessi. A cascata, variazioni anche per il FR 9808, il FR 8830, il FR 8326 e l’IC 603, limitato a San Severo con prosecuzioni su bus. Una catena di decisioni obbligate che ha trasformato l’Adriatica in un gigantesco collo di bottiglia.
Alle 20:20, ultimo aggiornamento significativo della giornata prima del ritorno alla normalità, la situazione risultava ancora fortemente rallentata. I ritardi massimi si erano ridotti, almeno sulla carta, a 100 minuti, ma molti treni coinvolti nelle ore precedenti viaggiavano ancora con pesanti strascichi, avendo accumulato fino a 300 minuti di ritardo complessivo. Solo in serata inoltrata si è iniziato a intravedere un ritorno graduale alla normalità, con un rallentamento residuo stimato in circa 30 minuti.
Il bilancio finale è impietoso: oltre sette ore di caos, decine di treni coinvolti, migliaia di passeggeri penalizzati e una linea, l’Adriatica, che ancora una volta si conferma strutturalmente vulnerabile. Non si è trattato di un evento eccezionale, ma dell’ennesimo guasto tecnico capace di paralizzare un’intera dorsale ferroviaria. E questo, nel 2026, è forse l’aspetto più esasperante di tutta la vicenda.
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