Dietro ad ognuno dei nostri Ferroviaggi ci sono storie nelle storie che spesso passano in secondo piano, ma che meritano di essere raccontate un po' più nel dettaglio. 

Si tratta di tantissimi spaccati di vita curiosi, insoliti, a volte comici e a volte tragici che sono accaduti durante i nostri viaggi e che in questa serie di articoli vogliamo farvi conoscere senza esagerazioni e senza filtri.

Siamo alla fine di agosto del 2008, un mese torrido come non mai e con due amici decidiamo di intraprendere la via verso est per andare a fare fotografie alle locomotive Diesel croate nei pressi di Spalato.

Il “trio” è composto da Lorenzo Pallotta, che scrive questo articolo, Francesco M. e Paolo C. con partenza da Roma. Non in treno o in aereo, bensì in auto. La scelta è dettata dal fatto che lungo il tragitto faremo tappa in Friuli Venezia Giulia, in Slovenia, sulla linea di Rijeka e quindi scenderemo la costa della Croazia per poi tornare in Italia via nave.

Così faremo nei giorni successivi, fino a trovarci sulla autostrada E65 imboccata da Rijeka. La destinazione è Spalato ma un incidente stradale con blocco totale del traffico, ci costringe ad una uscita a Perković, 55 km a sud di Knin.

Siamo nel mezzo del nulla, circondati da tante montagne brulle e qualche sperduta casa e siamo anche nel 2008 quando i navigatori satellitari sono decisamente più spartani e usare il web all’estero con i primi smartphone degni di questo nome costa quanto un rene sul mercato nero.

Ci rechiamo in stazione e siamo circondati da binari desolatamente vuoti. Stiamo per andare via quando inizia lo spettacolo. Un treno merci, poi un altro, quindi un altro ancora, poi un regionale.
Nella foga di scattare attraversiamo prati, superiamo basse recinzioni che delimitano campi e immortaliamo tutto quello che è possibile, gettandoci poi in auto alla rincorsa di uno dei convogli che va proprio sulla linea verso sud.

Proseguendo verso la nostra destinazione arriviamo fino alle colline a nord di Spalato, con un bel po’ di ore di luce ancora davanti a noi. Cerchiamo il punto migliore nella speranza che arrivi qualche treno, zompettando per i campi e cercando sempre l’inquadratura più suggestiva.
Alla fine il primo treno passa e la foto è nella scheda di memoria ma visto che ci siamo decidiamo di aspettarne altri, sempre passeggiando normalmente sulle colline che dominano la città.

Fatte altre fotografie il “dramma”. Paolo si rende conto di aver smarrito gli occhiali e inizia quindi una lenta e minuziosa ricerca che coinvolge tutti e tre in zone diverse, metro per metro, passo dopo passo. Li ritroviamo dopo aver battuto tutta l’area e ci prepariamo per attendere l’ennesimo treno.

Vediamo però il segnale ad ala in mezzo ad un campo e ci facciamo svariati metri per metterlo nell’inquadratura. 
Fatta la foto e tornati sulla strada asfaltata, alle nostre spalle si presenta però una macchina della Polizia. Scende un agente che parla inglese come noi parliamo marziano ma a gesti riusciamo a capire che vuole sapere cosa diavolo stiamo facendo lì.

Mostriamo le foto nel visore della macchinetta e lo vediamo che ci guarda un po’ sorpreso. Poi, con le dieci parole di inglese che conosce ci dice dapprima che dobbiamo toglierci di torno perché sta per passare la carovana col Presidente della Croazia, poi, come nulla fosse, ci fa ampi gesti di non andare per i campi. 
Non capiamo il perché, pensiamo al solito rompiballe che non vuole si facciano foto ai treni, ma lo ascoltiamo anche perché la luce è quasi andata e dobbiamo raggiungere Spalato per imbarcarci sul traghetto per Ancona.

Tornati a casa ci informiamo meglio e una rapida ricerca ci fa capire che il problema non erano le foto ai treni, ma che la zona, dove fino all’arrivo del poliziotto avevamo camminato metro per metro, era potenzialmente disseminata di mine antiuomo sparse durante la guerra in Jugoslavia negli anni ’90.

Come se non bastasse, la zona battuta in precedenza, quella tra Knin e Perković era anche segnata come zona sicuramente minata nel portale Croatian Mine Action Centre dove peraltro, con estremo candore, ricordano ancora oggi che non tutte le zone potenzialmente minate sono state segnate e quindi è sempre meglio non avventurarsi per campi e boschi nell’entroterra croato.

Persone sane di mente eviterebbero altri viaggi in zone simili ma sarebbe troppo facile e soprattutto troppo banale.
Così, chi scrive, decide nel 2014 di tornare ancora in Croazia ma stavolta al confine con la Bosnia Erzegovina, più precisamente a Jasenovac.

Il “trio” stavolta è formato da Lorenzo Pallotta, Francesco Storai e Marco Carlone ma il motivo è sempre lo stesso, fotografare treni croati e bosniaci e tutto ciò che ruota attorno ad essi. Il peregrinare come sempre è lunghissimo e alla fine una delle destinazioni è appunto Jasenovac.

Siamo venuti qui per vedere (anche) il memoriale con il caratteristico "Fiore" del campo di concentramento, in opera durante la Seconda Guerra Mondiale, dove morirono un numero imprecisato di persone.

Le stime del numero di vittime nel campo di Jasenovac differiscono infatti enormemente; una di esse indica il numero di morti in una forbice fra 77.000 e 99.000. Di questi, i serbi sono stimati fra 45.000 e 52.000, fra 12.000 e 20.000 ebrei, fra 15.000 e 20.000 zingari e fra 5.000 e 12.000 croati e musulmani oppositori politici o religiosi.
Molti di questi erano bambini di età compresa fra i tre mesi e i quattordici anni. Sono stati individuati i nominativi di 83.145 vittime, fra le quali diciannove italiani.

Come si può intuire la scena è già molto pesante ma viene resa ancora più angusta poco dopo che tiriamo fuori le macchinette per iniziare a scattare qualche fotografia sulla vicina linea ferroviaria. 
Alle nostre spalle, infatti, arriva una lunga fila di mezzi militari, con annesse ambulanze, personale medico e chi più ne ha più ne metta.

In men che non si dica la strada diventa uno stretto sentiero recintato da una striscia di plastica bianca nemmeno troppo evidente con su scritta una semplice frase ripetuta ossessivamente: “Pozor Mine”; lo capirebbe anche un neonato, attenzione alle mine.

“Aridaje”, penso dentro di me nel mio dialetto natio. Non riusciamo nemmeno ad inquadrare la scena che i militari ci sono già addosso e forse anche per la presenza delle macchinette fotografiche ci allontanano con modi piuttosto bruschi, come d’altro canto la situazione richiedeva.

Capiamo subito che ci siamo trovati nel bel mezzo di una operazione di sminamento, una di quelle che si svolgono periodicamente nel paese per bonificare il territorio. Ottimo colpo ancora una volta.

Non sufficientemente appagati decidiamo quindi di trasferirci in Bosnia Erzegovina attraversando la Sava a Hrvatska Dubica, cittadina posta di fronte a quella omonima nell’altro paese, Kozarska Dubica.

Alla frontiera, durante il controllo dei documenti, il poliziotto scherza con Marco giocando sul cognome Carlone che assomiglia a Corleone prima di ricordarci di non uscire dalle strade asfaltate perché la zona è zeppa di campi minati non segnalati.

Lo sappiamo benissimo ma avere la conferma da chi ci vive ogni giorno non è il massimo. Arriviamo a Dobrljin e facciamo la foto al treno internazionale da Zagabria a Sarajevo che è anche sostanzialmente l’unico che passa in tutta la giornata.
La voglia di seguirlo è molta ma le strade sono poche e i punti dove fotografarlo sono in mezzo ai campi. Meglio dirottare altrove la nostra auto che qui il nostro lavoro è finito.

Nonostante siano passati diversi anni da allora, con numerose operazioni di bonifica, le statistiche aggiornate dicono che in Croazia circa 335,60 km² contenenti circa 30.400 mine terrestri potenziali dovevano ancora essere presi in carico.
La situazione in Bosnia è ancora più complessa anche a causa dello scarso aggiornamento dei dati ufficiali. Gli ultimi sono del 2015 e parlano di 8.638 sospette micro zone che si stima possano contenere circa 80.000 mine.

L'immagine sotto illustra quelli che sono i sospetti campi minati nelle due nazioni con dati aggiornati al 2008.

Foto di Lorenzo Pallotta, Marco Carlone e Francesco Storai

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