La mattinata è fredda ma il cielo è terso mentre ci rechiamo a Roma Tiburtina.

Siamo stati invitati come stampa al viaggio inaugurale del nuovo servizio TrenOk di Trenitalia, il low cost che ci porterà a Milano con soli 9 euro.

È il 12 dicembre 2004 e ad attenderci c’è l’ETR 450 n.10 nella sua appariscente e giocosa livrea arancione e bianca con disegni sui lati. Assieme a noi salgono sul treno anche un sassofonista, un clown, il caricaturista Branis e il mago Alex, tutti questi ultimi con l’intento di intrattenere i viaggiatori durante questo viaggio inaugurale.

La partenza dalla stazione romana è in perfetto orario. A Settebagni entriamo in Direttissima precisi come un orologio svizzero e la campagna dell’hinterland della Capitale scorre veloce dai finestrini mentre le prime scene di umanità si incrociano lungo i corridoi del Pendolino.

Non ci siamo solo noi, come giornalisti, ma anche le testate generaliste nazionali e in un gioco che si replica più spesso di quanto si possa credere, ci intervistiamo tra “colleghi” per portare a casa il servizio. Il treno, intanto, va che è una meraviglia, mentre a bordo passa il carrello con le vivande che molti utilizzano per un caffè, visto che il convoglio è partito alle prime luci dell’alba.

A bordo ci sono persone dirette a Firenze, altre a Bologna per il Motor Show ma anche “semplici” viaggiatori allettati dall’offerta di pagare un treno per Milano quanto un Taxi per il quartiere limitrofo. Ci sono anche due supporters della Roma che rasentano l’incredibile. Stanno andando a Brescia a seguire la squadra del cuore, ma forse abituati ai treni per i tifosi, sono saliti senza biglietto. Per non pagare 9 euro finiscono per prendere una multa da 25…

Il viaggio prosegue senza alcun problema, fin quando a pochi chilometri dal bivio per Chiusi, in piena Direttissima, sentiamo distintamente un tonfo sordo nel sottocassa. Il treno non sembra avere tentennamenti ma tira una frenata piuttosto brusca fermandosi in poche centinaia di metri.

Siamo fermi tra le colline toscane. Un minuto, due, tre, poi ci viene detto che è un segnale a via impedita a non permetterci di avanzare. I minuti diventano dieci e da esperti del settore iniziamo a percepire che la motivazione deve essere un’altra. I nostri dubbi diventano certezze quando vediamo che altri convogli diretti sempre a nord ci superano sul binario di destra. Qualcosa evidentemente non va.

Il capotreno vede che siamo “del mestiere”, allarga le braccia e scuote la testa sconsolato. “C’è un guasto, ma è lato interbinario, per cui non possiamo affrontarlo in linea”. Gli fa eco l’altoparlante del treno per mezzo del quale viene annunciato che “Faremo una breve sosta a Chiusi per riparare il guasto”. Del resto non si può fare altro, anche perché l’ETR 450 si ferma in uno dei punti lungo la linea in cui non c’è campo per i telefonini. San Cristoforo, protettore dei ferrovieri, è decisamente girato dall’altra parte.

Il Pendolino si mette in movimento a passo d’uomo. I chilometri che ci separano dalla stazione toscana non sono molti ma a quella velocità si coprono in un lasso di tempo che pare davvero infinito.

Il capotreno, Vincenzo Ziccolella non si dà pace: “Proprio oggi doveva succedere tutto questo”, ci dice. “Ventinove anni di servizio, e mai era successa una cosa del genere. Un sasso che colpisce proprio la condotta dell’aria, quella che serve per frenare. Lavorassi altri trent’anni non succederebbe nulla di simile”.

Possiamo chiamarlo destino, fato, sorte, o forse meno prosaicamente ma più esplicitamente una sfiga clamorosa.

Di fianco al capotreno c’è anche Vincenzo Caruso, il capotecnico. Le mani e la giacca sono sporche di olio e grasso. Ha provato a sistemare il guasto evitando il perditempo dell’uscita a Chiusi, ma senza fortuna.

I due ferrovieri sono inconsolabili. Classici lavoratori perbene che volevano fare una bella figura e che si trovano al centro di un episodio che ci riprovassero diecimila volte non si verificherebbe di nuovo. 
E la colpa, anche se inizialmente chi non è del mestiere gliela affibbia, non è nemmeno del convoglio. Caruso è caustico: “Il treno è del 1988, ma nei giorni scorsi l’abbiamo provato e riprovato. Perfetto come un orologio”.

Giunti a Chiusi, tutti si affannano vicino alla paratia da dove si può raggiungere il guasto. Con l’abnegazione che i ferrovieri hanno per natura, in diversi armeggiano con chiavi inglesi e pinze per sistemare il problema e qualcuno si infila letteralmente sotto al treno nell’intento di fare prima.

Ma i minuti passano inesorabili e con essi si dilata anche la tabella di marcia del treno che segna quasi due ore di ritardo. Il guasto, alla fine, viene riparato e il treno si rimette in marcia, se possibile più velocemente di prima.

I telefoni chiedono e ottengono l’onda verde per il Pendolino, con la leggenda che vuole che il nostro convoglio venga messo addirittura davanti agli Eurostar. E in effetti durante il tragitto che ci separa da Milano, l’ETR 450 sembra indiavolato. Divora i binari non incontrando sostanzialmente alcuna resistenza.

A bordo i ragazzi dell’intrattenimento danno il meglio di loro stessi per far tornare il sorriso ai viaggiatori e il treno recupera diversi minuti, attestandosi al capolinea di Milano Rogoredo con un’ora e ventitré di ritardo.

Di esordi sfortunati ce ne sono stati tanti, ma forse, in ferrovia, pochi sono accostabili a quelli del TrenOk, anche se la componente umana è stata pari a zero e quella tecnica idem. Solo tanta, tantissima sfortuna.

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