È un tranquillo e freddo sabato il 27 novembre del 1982, l'Italia respira ancora l'aria di festa per la vittoria nei Mondiali di Calcio di Spagna e l'Espresso 519 partito la sera prima alle 22.15 da Milano per dirigersi a Taranto imbocca la Ferrovia Adriatica dopo aver lasciato Bologna.

Il treno, che a differenza di quanto scritto dai giornali non ha alcun nome, è trainato dalla E.656.242 e la composizione prevede 18 carrozze con posti a sedere tanto di prima quanto di seconda classe, cuccette di seconda classe e miste e anche una carrozza letto.

Il viaggio nella notte è tranquillo, non si tratta di null'altro se non del solito Espresso che unisce il nord ed il sud Italia macinando centinaia di chilometri, analogo a tanti altri che parimenti viaggiano in lungo e in largo per la Penisola.

La Ferrovia Adriatica è molto diversa da quella che conosciamo oggi, non esistono ancora le varianti in galleria e soprattutto i binari sono ancora caratterizzati dalle traverse in legno che sono in via di sostituzione. I lavori interessano, tra le altre, anche la stazione di San Benedetto del Tronto, al confine meridionale della Regione Marche.

 

A bordo del treno ci sono molti passeggeri che stanno dormendo. Tra loro anche molte famiglie, si scoprirà in seguito.

L'Espresso col suo pesante carico di umanità arriva verso le 5 del mattino, con due ore di ritardo, in prossimità della stazione di San Benedetto del Tronto raggiunta la quale deraglia rovinosamente uscendo non solo dai binari ma anche dalla sede ferroviaria.
I rotabili che lo compongono si accartocciano scontrandosi gli uni con gli altri, il locomotore si adagia su un fianco come un animale ferito e la carrozza letto rimane piegata a metà a 90 gradi rispetto ai binari. Parti dei rotabili si scagliano nel parco del centro della città e solo l'ora impedisce una strage, visto che normalmente durante il resto della giornata, la zona è gremita di persone.

 

Nel disastro si contano 3 morti e 32 feriti, una donna e due bambini, con una città intera svegliata non solo dal tremendo boato ma anche dalle sirene delle ambulanze che portano i feriti negli ospedali del territorio. A causa dell’incidente la linea ferroviaria adriatica rimane tagliata in due per oltre dieci ore.

Il processo per stabilire le colpe durerà 15 anni e nonostante questo, ancora oggi sono diverse le cause che vengono tirate in ballo per questo pauroso deragliamento. Secondo le fonti più accreditate il convoglio aveva ricevuto il transito in corretto tracciato mentre trovò lo scambio girato venendo inoltrato sul binario della sede dei lavori. A detta dei quotidiani dell'epoca il transito e il relativo svio avvennero a 130 km/h con altre fonti che parlano più cautamente di 80/90 km/h.

In seguito all'incidente la E.656.242 venne ripristinata così come alcune delle carrozze mentre altre furono demolite, tra cui la letti che avendo il telaio piegato venne considerata non più recuperabile per quanto praticamente nuova.

 

Si ringrazia per le fotografie Andrea Ferreri

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