La mattina la sveglia è molto presto. Prima di incamminarci per il nostro tour nel deserto decidiamo ancora una volta di fare qualche scatto ai treni che provengono dall’entroterra, avendo a disposizione la macchina a noleggio per le ultime ore.

Del resto le lunghe giornate e il sole che sorge presto ci permettono questa possibilità che sfruttiamo anche se il cielo è piuttosto velato.
Non possiamo allontanarci molto da Fès ma non serve perché la linea per Oujda offre scorci interessanti anche nei dintorni della città.
Ci rechiamo così nella zona di Sehb Elward da dove si domina la linea dall’alto e dove riusciamo a fare qualche scatto interessante alle prime luci dell’alba.
Non è molto ma sappiamo che il nostro incontro con i treni è solo rimandato a qualche giorno dopo a Marrakech.

Tornando nella caotica Fès restituiamo l’auto e veniamo presi dalla nostra guida che ci accoglie con una 4x4 enorme che sarà la nostra “casa” per sette lunghe ore di viaggio. La destinazione finale è Merzouga, dove inizia il deserto, ma nel mentre ci fermeremo a fare soste lungo il tragitto, per osservare tanto le attrazioni più turistiche quanto, soprattutto, tutto ciò che ci appassiona.

La macchina è pulitissima e tenuta molto bene. Non si tratta di un elogio immotivato al nostro accompagnatore, quanto una constatazione che mi permette di viaggiare sul sedile di fianco al guidatore e di fotografare attraverso il parabrezza frontale scene che altrimenti sarebbe stato impossibile immortalare, sia per l’incedere dell’auto e sia per la possibile suscettibilità dei soggetti fotografati.

Lasciata Fès ci spingiamo verso i monti del Medio Atlante raggiungendo la città di Ifrane, nella provincia omonima.
Ancora una volta il Marocco ci stupisce. Non solo siamo nel bel mezzo di un centro turistico invernale, per la presenza di piste da sci, ma possiamo constatare con i nostri occhi che questa città, denominata “Piccola Svizzera” è completamente diversa dalle altre viste finora, con le case con i tetti spioventi e una pulizia che la fa sembrare una località delle Alpi. La pulizia, del resto, deve essere nota visto che secondo la NBC News ci troviamo nella città più pulita del mondo.

 

Per quanto caratteristico, questo centro a ogni modo non ci fa impazzire. Forse è troppo turistico per i nostri gusti, forse assomiglia a qualcosa a cui siamo più abituati, fatto sta che non ci investiamo molto tempo e decidiamo di procedere oltre dopo una breve sosta.

La seconda tappa è, in effetti, altrettanto turistica, ma senza dubbio più divertente. Ci fermiamo infatti nel Parco Zoologico a ridosso del Parco Cèdre Gouraud dove notoriamente si possono vedere le scimmie.
Il parco è molto bello e non saremmo onesti se non dicessimo che queste scimmiette che normalmente non siamo abituati a vedere non siano curiose e simpatiche. Restiamo tuttavia interdetti dallo sviluppo turistico forse eccessivo di questo posto.
Sono presenti infatti un mare di venditori ambulanti, persone che ti vogliono far percorrere un tratto a cavallo e la principale attrazione, le scimmie appunto, sembrano ormai pienamente abituate ai turisti che donano giornalmente loro noccioline e banane.

Lasciato questo inconsueto siparietto abbandoniamo anche il Marocco verde che avevamo visto fino ad allora.

Più andiamo verso il deserto e più il terreno si fa arido e pietroso cambiando radicalmente nel giro di pochi chilometri. Dopo Kerrandou la strada si inerpica lungo il corso d’acqua creato dal Barrage Al-Hassan Addakhil che ci restituisce un paesaggio lunare decisamente surreale.
In queste zone si è circondati letteralmente dal nulla e i pochi villaggi che si incontrano sono composti da sparute case che non si capisce bene come stiano in piedi. Lungo la strada si vedono anche delle capanne, abitate dai Berberi che periodicamente, nel loro nomade incedere, si spostano da una zona all’altra della regione.

Quello che stupisce, in queste lande desolate è il silenzio, il vento che soffia forte e i venditori di miele che allestiscono banchetti più che improvvisati lungo una strada che comunque registra un discreto numero di transiti.

Il paesaggio, qui, è davvero incantevole e i set fotografici sono praticamente ovunque. In ogni direzione in cui si può girare la macchinetta è possibile vedere scene degne di essere rese immortali e non ci lasciamo certo sfuggire l’occasione per scattare anche noi diverse immagini.

 

A mano a mano che si prosegue, i villaggi diventano sempre più piccoli, le case più sperdute e il terreno sempre più arido. Lungo le strade aumentano le scene anacronistiche, con donne e bambini che cercano passaggi in auto, camion caricati all’inverosimile di ogni cosa e venditori ai bordi delle strade dai quali è meglio evitare di fermarsi.

Nell’ultimo tratto la strada diventa sterrata anche se questo non costituisce un problema per la nostra auto. Da lontano si iniziano a vedere le prime dune del deserto del Sahara ed è lì che in breve tempo arriviamo.
Siamo a Merzouga e dopo aver ammirato il paesaggio da una vicina collina, arriviamo nel campo dove lasceremo le nostre valigie per prendere il necessario per trascorrere la notte in un accampamento nel deserto.

Per raggiungerlo, visto che si trova qualche chilometro nell’entroterra, utilizziamo i dromedari che col loro lento incedere impiegano quasi un’ora prima di portarci a destinazione. Può sembrare esclusivamente un’attrazione turistica, questa del dromedario, ma in realtà le alternative sono poche, visto che, come scopriremo dopo, camminare nel deserto, anche per poche centinaia di metri, comporta una fatica atroce, molto più intensa di quanto si possa credere.

Giunti all’accampamento c’è giusto il tempo di entrare nella tenda che ci è stata assegnata e di togliersi le scarpe perché il tramonto incombe e visto che è una bellissima giornata meglio non perderlo.
Dall’alto delle dune dove faticosamente ci piazziamo non si vede altro che sabbia. Sappiamo che a qualche chilometro c’è il campo base ma dobbiamo ammettere che trovarsi lì, circondati solo da dune, fa una notevole impressione.

 

Il tramonto è ovviamente bellissimo. La sabbia del deserto è talmente fina che non si attacca ai piedi ma col sole calante riflette una tonalità per noi inedita.

Appena gli ultimi raggi spariscono cresce il vento e con esso scende la temperatura per cui facciamo ritorno all’accampamento.
Nella tenda comune viene allestita la cena berbera mentre noi ci riposiamo sul nostro letto che altro non è che una serie di teli messi sulla sabbia e circondati da una tenda piuttosto malconcia messa nel mezzo di altre identiche. Una sistemazione decisamente anomala ma che abbiamo scelto perché, a quanto ci dicono, analoga a quella di coloro che realmente vivono ogni giorno in quelle zone.

La cena è ottima e abbondante e le ore successive sono dedicate al relax visto che siamo al cospetto del cielo più stellato che abbiamo mai visto anche grazie alla pressoché totale mancanza di qualsiasi fonte di luce.

 

Con la notte ormai fonda decidiamo di andare a dormire perché al mattino c’è da vedere l’alba e nemmeno a dirlo sarà molto presto. La sveglia è prima delle sei ma ne vale la pena. Arrampicandoci sempre a fatica su una diversa duna possiamo vedere il sole sorgere sul deserto e riscaldare una notte decisamente fresca.

Siamo onesti, l’esperienza è certamente confezionata a misura di turista, ma indubbiamente vale la pena viverla, non fosse altro per il fatto di trovarsi in una situazione lontana anni luce da quelle a cui normalmente si è abituati.

Per riprendere le forze è necessaria una buona colazione ma prima c’è un’altra ora di dromedario da fare per tornare al campo base dove peraltro grazie ad una buona organizzazione riusciamo anche a fare una doccia e a cambiarci di abito.

Il viaggio riprende poco dopo alla volta delle Gole di Todra che raggiungiamo in poche ore di macchina dopo alcune soste per vedere intere distese di palme da dattero.
Si tratta di un canyon sito nella zona orientale della catena montuosa dell'Alto Atlante, vicino alla città di Tinghir. Sia il fiume Todra che il vicino Dades hanno scavato, nel corso dei millenni, un canyon fra le rocce nel loro corso finale fra le montagne. Gli ultimi 600 metri delle gole sono senza dubbio i più spettacolari. Qui le due pareti rocciose raggiungono la loro minor distanza pari a un minimo di 10 metri, con rocce a strapiombo che raggiungono i 160 metri di altezza.

 

Dopo una breve sosta riprendiamo il nostro cammino verso il villaggio di Boumalne Dades dove, nei paraggi, passeremo la notte.
La strada per arrivare è lunga, tortuosa e attraversa paesaggi incantevoli. Siamo in una delle zone più caratteristiche e più povere del Marocco dove assistiamo a scene ancora una volta inconsuete.
Un po’ come in tutta l’Africa incrociamo spesso camion talmente vecchi e fuori epoca da risultare bellissimi, ma anche intere carovane di persone che si muovono a piedi caricando i loro averi su asini o muli. Non mancano anziane signore che trasportano fieno sulla schiena per chilometri mentre pochi fortunati possono vantare una bici con la quale spostarsi.

 

In mezzo a tutto questo ci colpisce ancora una volta la presenza  della Coca-Cola. Non esiste villaggio che non abbia un bar con la scritta fuori verniciata sulla parete mentre la nostra attenzione viene anche rapita nel bel mezzo di un agglomerato di poche case da una grossa scritta che avverte che lì è presente niente di meno che un telefono pubblico.

 

La tappa successiva prima di andare in albergo è alle bellissime Gole di Dades, situate fra le località di Boumalne Dades e M'semrir.

Se possibile, queste gole sono anche più belle di quelle di Todra, visto che grazie ad una strada panoramica si riesce a dominarle integralmente. La loro altezza che va dai 200 ai 500 metri le rende poco baciate dal sole ma questo non sminuisce la loro bellezza e la loro maestosità.

A pochi passi si trova una delle configurazioni rocciose più bizzarre che abbiamo mai visto. Alcuni la chiamano “Il cervello d’Atlante”, altri “Le dita delle scimmie”, fatto sta che la natura ci regala ancora una volta uno spettacolo mozzafiato.

Tra i molto chilometri fatti in auto, le soste per le visite e soprattutto quelle per fotografare l’impossibile, la notte è giunta e con essa anche la stanchezza dovuta alle poche ore di sonno del giorno precedente, per cui ci ritiriamo in albergo per essere freschi per l’ultimo giorno attraverso il paese che si prospetta lungo ma interessante.

 

La mattina la sveglia è comoda, la giornata è molto bella ma sappiamo già che tenderà a rovinarsi, per fortuna nelle ore serali in cui saremo in viaggio per Marrakech.

Lasciata Boumalne Dades ci muoviamo verso Ouarzazate attraverso la Valle delle Rose.
Qui, a differenza di quanto si possa pensare, non ci sono veri e propri campi coltivati a rose ma siepi che costeggiano la strada cariche di una varietà di piccole e delicatissime rose pallide che si sviluppano in cespugli alti circa tre metri. Le sommità fiorite portano fiori rosa dalle corolle dense, che spandono un odore soave. Quello che meraviglia è che questa straordinaria varietà di rosa, la Rose de Mai che qui chiamano Rosa del Dadès, si sia acclimatata così bene a circa 1.500 metri di altezza, fra le nevi dell’Atlante incombente e il torrido sole del Sahara.

La loro fragranza intensa si deve proprio alla loro breve vita. Nella freschezza del primo mattino, le rose apertesi durante la notte spandono ovunque il loro profumo e vengono raccolte dalle donne che le adagiano su scialli prima di portarle a un sensale, che le avvierà subito in camion verso le fabbriche di El Kelaa. La raccolta si svolge dalla metà di aprile alla metà di maggio di ogni anno.

Anche se potrebbe non sembrare, si tratta di un lavoro importante, se si pensa che i fiori, delicatissimi, vanno spiccati manualmente uno a uno e che occorrono 500 kg di rose fresche (circa 100.000 fiori) per ottenere un kg di concreta.

Lasciata questa bellissima valle che ospita anche un festival dedicato a questo fiore, raggiungiamo dopo alcuni chilometri Ouarzazate, una cittadina del Marocco, relativamente moderna, espansasi negli anni venti per opera dei francesi, come centro militare ed amministrativo. 
Posta a ridosso del deserto sabbioso, questa città è caratterizzata come le altre dalle case di terra dal caratteristico colore marrone intenso e nelle sue vicinanze di trovano numerosi studi cinematografici (Atlas Film Corporation Studio), dove sono stati girati svariati film ambientati nel deserto, tra i quali celebri produzioni epiche hollywoodiane del passato come Lawrence d'Arabia e Il tè nel deserto oppure Kundun di Martin Scorsese ma anche Il gioiello del Nilo con Michael Douglas e Asterix & Obelix - Missione Cleopatra.
Visitare gli studios vale certamente la pena perché sembra davvero di immergersi in questi film anche se alla fine del tour rimane un po’ di delusione quando si appura con mano quel che già si sa, ossia che molto di quello che si vede nei film è in realtà pura finzione.

  

Lasciata Ouarzazate e i suoi studi cinematografici, è ora di rimettersi in cammino verso Marrakech. La strada da percorrere non è solo molto lunga ma anche molto impervia e il cielo inizia a farsi nero, cosa che, dopo giorni di sole cocente, non ci dispiace nemmeno troppo.

Prima di proseguire senza ulteriori soste, c'è però ancora un posto meraviglioso da vedere, Ait-Ben-Haddou. Nata come città fortificata, o ksar, lungo la rotta carovaniera tra il deserto del Sahara e Marrakech, si trova sul fianco di una collina lungo il fiume Ouarzazate ed è protetta dall'UNESCO come Patrimonio dell'Umanità.
Dalla sua sommità si domina tutto il paesaggio circostante e nella nostra visita abbiamo la fortuna di essere accompagnati da una guida decisamente fuori di testa che ci spiega qualsiasi cosa di questa località in quattro o cinque lingue diverse mischiate tra di loro.

Dopo circa un'ora di visita è veramente ora di dirigersi a Marrakech. Stare in auto con un autista che guida ha i suoi vantaggi. Non solo si limita la fatica ma con un finestrino aperto o con un parabrezza ben pulito si possono fare scatti unici anche stando comodamente in macchina.

Durante il viaggio si susseguono ancora una volta paesaggi che non ci si aspetta con rocce e intere vallate dai colori accesissimi che lasciano il passo a villaggi arroccati e costruiti con case che sembrano doversi sfaldare da un momento all’altro.

La strada che percorriamo è piena di curve e di passaggi a strapiombo sul fiume che intanto, per colpa della pioggia che inizia a scendere copiosa, diventa completamente rosso di terra. Non mancano anche qui avvistamenti che hanno del mitologico, con i soliti camion del dopoguerra che trasportano di tutto, incluse bottiglie vuote per l’acqua, con un riciclo di materiale da fare invidia.

 

Dopo ben 4 ore di viaggio anche dovute al forte traffico del fine settimana, giungiamo a Marrakech a ora di cena dove veniamo accolti da una pioggia torrenziale che ci offre una ottima scusa per cenare nel bellissimo Riad che abbiamo prenotato e di andare a dormire per essere più freschi, il giorno dopo, per visitare la città.

Ultima tappa del nostro giro, Marrakech è certamente la meta più turistica e sicuramente più caotica che abbiamo visitato. Per i nostri gusti, ad essere onesti, lo è anche troppo.
Nella medina è quasi impossibile camminare con tranquillità. Alle persone che girano per acquisti o per turismo si sommano una quantità spropositata di motorini che emanano un odore di smog talmente forte da far venire il mal di testa.
Le strette vie in questo non aiutano e non può che venirci più di qualche dubbio quando vediamo questa situazione convivere con i soliti prodotti come carni, pane, frutta e verdura esposti a pochi centimetri dai tubi di scappamento e senza alcuna protezione.

Le tantissime bancarelle presenti lungo i viali vendono davvero di tutto, ma forse qui, più che in altri posti, la sensazione è quella di trovarsi di fronte a prodotti troppo turistici e commerciali, se si escludono alcune piccole botteghe che forse proprio per questo si mostrano mentre al telaio producono abiti sul momento.

 

Non abbiamo molto tempo da dedicare a questa città, che comunque è quella più facilmente raggiungibile dall’Italia, per cui ci muoviamo subito a vedere qualche attrazione turistica.

Dapprima le Tombe Sa'diane, il mausoleo della dinastia Sa'diana. Note per la grande bellezza delle loro decorazioni, le tombe comprendono i corpi di circa sessanta membri della dinastia e tra i sepolcri ci sono quelli di Ahmad al-Mansur al-Dahabi e della sua famiglia.
La costruzione è composta da tre stanze delle quali la più famosa è quella delle dodici colonne che contiene il sepolcro del nipote del sultano Ahmad al-Mansur al-Dhahabi. Il tono di vanto, per noi italiani, è che tutti i monumenti sono di marmo di Carrara, cosa che viene ricordata da tutte le guide presenti.

 

Lasciate le tombe ci rechiamo al Palazzo El Bahia che è considerato un capolavoro dell'architettura tradizionale marocchina. Esteso su un'area di otto ettari, esso è composto da circa 150 stanze riccamente decorate con marmo, legno di faggio e di cedro e stucco di zellige.
Il palazzo è suddiviso in edifici organizzati intorno a cortili e giardini lussureggianti dove vi sono alberi di arancio, banano, cipresso, ibisco e gelsomini. Si tratta senza dubbio di un complesso interessante, che tuttavia risulta piuttosto spoglio visto che le stanze sono sostanzialmente vuote e, alla lunga, un po’ tutte uguali.

La tappa successiva ci vede invece andare all’Hotel La Mamounia. Non saremo ospiti, visto che è ben al di sopra delle nostre possibilità, ma ci entriamo per visitare i suoi bellissimi giardini che ospitano 1.200 specie di piante ma anche fontane e percorsi relax.
Tra tutto quello che vediamo, ci colpisce in particolare una intera parete di bouganville che restituisce una immagine visiva a dir poco incredibile.

 

Visto che è da un po’ che non ne vediamo, decidiamo quindi di recarci in stazione per tornare a vedere qualche treno delle ONCF.

Per farlo prendiamo ancora una volta un petit taxi ma qui si vede che l’ambiente è più turistico. I titolari delle auto gialle non accendono il tassametro nemmeno su richiesta e tutto deve essere contrattato prima. Alle volte i prezzi richiesti sono folli, fuori mercato, per cui vale la pena fermarne più di uno e optare per quello più economico.

La stazione di Marrakech è molto insolita anche se non particolarmente grande. Si tratta di un impianto di testa con 5 binari al servizio dei viaggiatori e un deposito affianco. L’atmosfera che si registra al suo interno è di quiete assoluta e non sembra proprio di trovarsi in un ambiente ferroviario.
Purtroppo i treni che arrivano o partono da qui sono pochissimi, circa uno ogni due ore, con dei buchi enormi in alcune fasce. I convogli sono talmente diradati nella giornata che i tabelloni degli arrivi e delle partenze sono elettrici ma fissi, ossia non aggiornano gli elenchi visto che c’è poco da aggiornare.

  

Al piano dei binari si entra come sempre solo con un biglietto valido e riusciamo ad accedere facendone uno per la stazione successiva.

Sulle banchine non c’è molto. A differenza di quanto si possa credere il treno è relativamente poco usato a queste latitudini e quindi in circa un’ora registriamo solo un treno manovrato da una DI 500 e ancora una volta un passeggeri trainato da una moderna Prima di Alstom appartenente al Gruppo E 1400.

 

Constatato che non c’è molto e che i treni successivi saranno lì dopo ore, decidiamo quindi di tornare a visitare la città immergendoci nella medina con la notte che sopraggiunge.
Come se questo non significasse nulla, i negozi, se così li si può definire, restano aperti e a una certa ora diminuisce il viavai di motorini rendendo l’aria più respirabile e l’atmosfera generale più gradevole.
Ceniamo in una bella terrazza mentre all’orizzonte il cielo è rischiarato da grossi lampi. Non pioverà ma il gioco di luci che si crea con le nuvole è a dir poco spettacolare.

Consumata la nostra cena torniamo al Riad per la nostra ultima notte in Marocco, ma prima di tornare a Roma c’è ancora da vivere l’ultima mattina. Considerato che non abbiamo molto tempo ci dedichiamo a un solo obiettivo, i Giardini Majorelle.

Si tratta di un complesso di giardini botanici e paesaggistici progettato dall'artista francese Jacques Majorelle nel 1931, durante il periodo coloniale.
Al suo interno sono presenti dozzine di specie di tutti i tipi, incluse le piante tropicali, in un ambiente reso ancora più rilassante dal blu Majorelle, un blu oltremare/cobalto al tempo stesso intenso e chiaro, con cui l’artista dipinse le pareti della sua villa, e tutto il giardino, che aprì al pubblico nel 1947.

 

Al suo interno è ancora presente la villa di Yves Saint Laurent che scoprì il giardino nel 1966 e rimanendo incantato dalla struttura la comprò nel 1980 andando a vivere nella casa dell'artista, ribattezzata Villa Oasis.

All’interno della struttura, oltre al memoriale al famoso stilista, si trova anche il museo berbero mente poco oltre è raggiungibile il museo dedicato a Yves Saint Laurent che purtroppo, tuttavia, non abbiamo tempo per visitare.

Una scusa in più per tornare nell’affascinante Marocco, che ci ha lasciato molto sorpresi e che merita senza dubbio una visita anche per allontanare i pregiudizi dei quali è molto facile rimanere vittime.

Foto di Lorenzo Pallotta e Francesco Storai

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