Il Marocco è un paese che da qualche anno sta sviluppando una importante vocazione turistica, certamente per la sua bellezza in buona parte nascosta ma anche perché, a ragione, viene considerata la nazione più sicura dell’Africa.

Come sempre nei nostri resoconti iniziamo a vedere il paese dal punto di vista ferroviario addentrandoci poi sulle sue bellezze naturalistiche e sui suoi monumenti.

Il Marocco non ha moltissime linee ferroviarie se si considera la grandezza del territorio e la maggior parte di esse viaggia lungo la costa, laddove, per ovvie ragioni, abita la maggior parte della popolazione.
Solo tre linee si addentrano nell’entroterra, quella tra Fès e Oujda, quella da Oujda a Bouarfa e quella che arriva a Marrakesh. In totale, secondo le ultime statistiche, ci sono quasi 2.000 km di binari, dei quali circa la metà elettrificati, anche se è in costruzione anche una rete da Alta Velocità che dovrebbe vedere la luce a breve e dovrebbe essere percorsa da TGV. 
Parleremo delle ferrovie nel racconto del nostro viaggio, amalgamandole all’interno di tutto il resto, visto che è praticamente impossibile fare diversamente.

Il nostro atterraggio da Roma è a Rabat, con un collegamento di Ryanair. L’arrivo nella capitale è subito caratterizzato da un forte impatto.
Fuori dall’aeroporto veniamo subito “assaliti” da diversi tassisti ma la nostra mancanza di conoscenza del luogo genera subito un piccolo caos. Qui, infatti, esistono i petit taxi che lavorano all’interno della città mentre dall’aeroporto si devono utilizzare i grand taxi e guai a sbagliarsi altrimenti si innesca una lite tra le due categorie che non ha mai fine.

Preso un grand taxi arriviamo nella medina dove abbiamo prenotato il nostro Riad.
Sfortunatamente all’interno di questo centro non si può entrare in auto ma il problema è noto ed è stato saggiamente risolto dagli autoctoni visto che in pochi istanti le nostre valige passano dal portabagagli del grand taxi ad un carretto a trazione umana che si fa largo nelle strettissime vie.
La scena è quasi surreale. Vedere i propri bagagli su un "attrezzo" che pare stare in piedi per miracolo, trainato a tutta velocità da un tipo a cui non daresti un minimo di fiducia che peraltro corre a tal punto che pare volerti seminare, lascia sulle prime davvero perplessi.

La medina, inoltre, è un gran caos poiché semplicemente non ci sono regole.

La gente vende per strada qualsiasi cosa, dai pezzi di carne di chissà quale animale ai dolci, dal pane ai detersivi, passando ovviamente per i souvenir e i prodotti tessili, il tutto senza alcuna protezione e con la violazione di circa un milione di norme igieniche. Anche a causa di alcuni lavori al manto stradale, la polvere la fa da padrona e le condizioni generali non sembrano affatto delle migliori.

A ogni modo l’arrivo nel Riad rimette le cose al loro posto. Gli ambienti di questi “hotel” sono molto eleganti e richiamano la cultura araba e ci fanno capire sin da subito che il paese punta molto sul turismo come fonte di guadagno.

Uscendo dalla medina dopo aver lasciato i bagagli iniziamo a girare la capitale.
La città è tutto sommato pulita ma l’architettura al di fuori del centro, lascia molto a desiderare. Grandi palazzoni si alternano a quartieri che ricordano le peggiori periferie italiane e l’atmosfera è resa ancora più insolita dalla presenza di alcuni portici piuttosto malridotti nei quali sono presenti dei bar frequentati unicamente da uomini.

Visto che l’architettura offre poco decidiamo di visitare qualche monumento e per farlo stabiliamo di muoverci con i tram che girano su due linee nuovissime, aperte nel 2011.
Questo mezzo di trasporto costa di più degli autobus ma è anche decisamente più pratico, veloce e comodo e in qualche modo decisamente meglio frequentato.
La rete è composta da 30 fermate per un totale di 19 chilometri di percorrenza e serve le città di Rabat e Salé che in pratica è una periferia della Capitale.

La prima attrazione che vediamo è la Torre di Hassan. Si tratta del minareto di una moschea rimasta incompleta, iniziata per ordine del sultano Yacoub al-Mansour.

La torre doveva essere la più grande del mondo assieme alla adiacente moschea, ma i lavori si interruppero alla morte del sultano nel 1199. Essa raggiunse solo i 44 metri, circa la metà dell'altezza pianificata, oltre 80 metri. Anche il resto della moschea fu lasciato incompleto, con solo la prima parte delle numerose mura e delle 200 colonne che dovevano essere innalzate.

Di fronte ad essa si trova il mausoleo di Mohammed V, una tomba reale che contiene appunto Mohammed V del Marocco e i suoi figli Moulay Abdellah e Hassan II.
Esso venne costruito fra il 1961 ed il 1971, in dieci anni di lavoro al quale parteciparono 400 artigiani. L'architettura del mausoleo è dovuta all'architetto vietnamita Eric Vo Toan, e si rifà allo stile classico arabo-andaluso secondo l'arte tradizionale marocchina.

Lasciata la Torre di Hassan e il vicino mausoleo ci rechiamo con un petit taxi alla Chella. Vale la pena provare questi mezzi di trasporto perché oltre ad essere molto economici sono anche piuttosto curiosi.
Spesso, infatti, le auto utilizzate sono vecchissime e non si capisce bene come facciano a stare ancora… sulle ruote.

La Chella è un sito archeologico a nord della città ed è la prova della più antica presenza umana nel delta del fiume Bou Regreg.
Essa conserva le vestigia di una città romana, con i resti del Decumano Massimo, di un foro presso il quale si riconoscono le tracce della Curia, di una fontana monumentale e di un arco di trionfo. Il sito rimase in stato di abbandono per diversi secoli, fino a che i sultani della dinastia dei Merinidi lo scelsero per edificarvi la loro necropoli nel XII secolo. All'interno di essa si trovano alcune tombe di marabutti e, presso una sorgente trasformata in fontana per abluzioni, la necropoli reale con la tomba di Abū al-Ḥasan b. ʿUthmān. Il bellissimo giardino che si immerge tra le mura esalta anche la moschea di Abū Yūsuf Yaʿqūb con un minareto e un luogo di riunione (zawiya) con un oratorio (masjid).

 

Nonostante sia la capitale, a Rabat c’è poco altro da vedere e dopo aver visitato anche la Kasba degli Oudaïa, un quartiere fortificato posto su uno sperone roccioso, il giorno dopo decidiamo di spostarci per recarci a Fès.
Le notti sono scandite da un gran silenzio interrotto però dalla preghiera dell’Imam che non aiuta certamente il sonno.

 

Per raggiungere la città situata nella provincia di Fès-Meknès decidiamo di prendere il treno. L’impatto non è dei migliori.
La stazione di Rabat Ville è un enorme cantiere visto che è in totale rifacimento e come tutte quelle principali del Marocco non vi si può accedere senza un biglietto valido.
I treni poi sono tutti in ritardo e non si capisce bene il perché visto che sono tutti partiti da città limitrofe.

I TAF che avevamo lasciato a Roma li ritroviamo pari pari in questa stazione dove però vengono usati anche in doppia e non solo sui convogli per i pendolari.

Dopo oltre un’ora di attesa il nostro treno proveniente da Casablanca si attesta al binario e prendiamo posto nella prima classe situata subito dietro ad una fiammante Prima II di Alstom che inizia a muoversi dopo pochi minuti.
La scelta della prima classe è dovuta al fatto che in questa nazione i posti riservati sono solo per questo segmento mentre in seconda classe si va confidando in Dio.
Del resto la differenza di prezzo è solo di pochi euro quindi non vale la pena rischiare. Una parentesi però a tal proposito va fatta. Il tenore di vita in Marocco è molto basso con stipendi pari a circa un quinto di quelli italiani. In tale ottica quella che per noi è una differenza risibile, per gli autoctoni è enorme, e questo spiega il motivo per cui qui la prima classe venga utilizzata quasi esclusivamente dai turisti.

 

Dopo una partenza morbida e tanti chilometri a bassa velocità a causa di numerosi lavori, il convoglio inizia a macinare chilometri con maggiore convinzione, attraversando paesaggi che cambiano molte volte nel giro di brevi distanze.
Si passa da spianate di verde piene di alberi a tratti desertici senza un cespuglio e si attraversano villaggi e località dove se il convoglio non sosta è invece il tempo ad essersi fermato.

Le carrozze delle ONCF - Office National des Chemins de Fer - hanno standard simili a quelle europee e medesima comodità anche se la sicurezza non è esattamente la stessa.

Il nostro treno, infatti, dopo Meknès, viaggia a velocità sostenuta tranquillamente con una porta aperta cosa che non impedisce ai passeggeri di raggiungere il bagno o di intrattenersi sul vestibolo per guardare il paesaggio scorrere.
Roba che in Italia si sarebbe bloccato tutto e sarebbe partita una crociata sulla sicurezza che sarebbe finita per tribunali.

In stazione a Meknès peraltro incrociamo le nez cassés delle ONCF appartenenti al Gruppo DF 100, purtroppo accantonate e in stato di abbandono mentre l’arrivo a Fès avviene dopo circa 3 ore di viaggio durante le quali non solo non recuperiamo nemmeno un minuto del ritardo in partenza ma riusciamo anche ad accumularne altri.

La stazione di Fès è molto più caratteristica e tranquilla di quella di Rabat ma il tempo a nostra disposizione è poco e ci permette solo di fare qualche scatto al volo ad alcuni treni in sosta e ad altri in manovra. Dobbiamo infatti raggiungere il centro della città per ritirare l’auto a noleggio che abbiamo riservato qualche giorno prima.

 

L’impatto con la guida in Marocco è devastante e mai come in quel momento ringraziamo di venire da una città caotica e disordinata come Roma.
Il traffico è folle, il regolamento stradale è fatto solo per essere disatteso e nel giro di poche centinaia di metri si deve stare attenti al taxi che non tiene la sua corsia, ai pedoni che attraversano a caso, ai ciclisti che camminano al centro della strada, ai bambini che giocano ai bordi della medesima, ai carretti trainati dagli asini che sembrano da un momento all’altro dover perdere il loro carico e a mille altre variabili non meglio definite. 
Come se tutto questo non bastasse, la città è piena di controlli di Polizia e anche uscendo da essa se ne incontra uno di seguito all’altro. Capiremo solo dopo che quello che verificano non è tanto la guida quanto cosa trasportano le auto per combattere sia il terrorismo sia il traffico di stupefacenti.

A ogni modo, la prima tappa è verso il nostro bellissimo Riad (Dar D'or Fes https://www.dardorfes.com) dove dormiremo per tre giorni e dove parcheggeremo, soprattutto, per tre giorni.
Potrà sembrare strana questa precisazione ma il parcheggio è un grande problema. Non tanto per i posti, che si trovano, quanto perché si viene letteralmente assaliti da parcheggiatori abusivi che ti inseguono e ti fanno inseguire anche solo se hanno il sospetto che non vuoi lasciargli qualche dirham di mancia.
Come se questi non bastassero, c’è da registrare poi la presenza anche delle guide, sempre abusive, che si propongono per giri turistici facendo un po’ tutto da sole. Nel giro di qualche istante si accordano in totale autonomia, giova ripeterlo, per orario di partenza, di arrivo, costo e tragitto!
Per fortuna siamo abituati a questi comportamenti per cui schiviamo tutto con fermezza e iniziamo il nostro giro per Fès, dapprima in auto e poi a piedi.

 

Questa città è decisamente più bella di Rabat e merita certamente una visita approfondita. Dalle colline antistanti si può ammirare l’enorme medina in tutto il suo splendore e la giornata di sole ci permette di vedere le case avvolte da un colore ocra davvero notevole.
Spesso definita la capitale culturale del paese, Fès è famosa proprio per la città vecchia fortificata che ospita esempi di architettura merinide medievale e vivaci souk e dà ai visitatori la sensazione di trovarsi nel passato.

In questi giorni, tuttavia, siamo a Fès soprattutto per fotografare i treni lungo la linea che conduce a Oujda e ad essi iniziamo a dedicarci, lasciandoci per la sera la visita dalla città.

Grazie al mezzo messoci a disposizione, iniziamo il nostro tour di foto e video proprio da una delle colline da cui si domina la medina dove attendiamo uno dei pochi convogli che provengono dall’entroterra.
Abbiamo scelto questa tratta perché è più particolare delle altre. Essa è infatti esercita a trazione Diesel e i mezzi che trainano i convogli sono a volte tra i più vecchi circolanti nel paese.
Un’altra caratteristica dei treni che viaggiano su questa linea è che vedono in composizione un generatore che fornisce la corrente alle vetture, sia per l’illuminazione che per l’aria condizionata.

Andare per treni con una macchina ha decisamente i suoi aspetti positivi.
Usciti dalle mura della città si può apprezzare il Marocco meno turistico, soprattutto girando per gli sperduti villaggi. Si vedono scene per noi insolite, come file di bambini che camminano lungo la strada macinando chilometri per tornare a casa dalla scuola o anziani pastori comandare greggi non sempre disciplinati ma anche agricoltori arare terreni che a prima vista danno l’idea di essere troppo aridi per poter produrre qualcosa. 
Quello che si respira, poi, è un grande senso di quiete, di tranquillità e di sicurezza. Al di fuori delle città siamo letteralmente trasparenti e le poche persone che ci considerano lo fanno più per curiosità che per altri motivi.

I villaggi che attraversiamo non restituiscono un’idea di povertà assoluta, piuttosto i loro abitanti sembrano avere il minimo indispensabile o poco più e non desiderare molto altro. Anche qui non mancano gli improbabili bar con solo uomini per clienti ma soprattutto non mancano le pubblicità invasive ma molto colorate della Coca Cola che ritroveremo davvero in tutto il paese, zone desertiche incluse.

Il set che abbiamo scelto per i nostri scatti è quello del Barrage Idriss I, un lago artificiale dove la linea, oltre ad attraversare posti incantevoli fa anche molte curve, permettendoci di fotografare i treni provenienti da entrambe le direzioni.

Nel giro di diverse ore passano numerosi convogli inframezzati da lunghe pause durante le quali, oltre a cambiare posizione, possiamo anche rilassarci e “apprezzare il silenzio”, come direbbero i Depeche Mode.

Il posto, va detto, è davvero magico e mostra un Marocco molto più verde e lussureggiante di quanto ci aspettassimo. 
Nel nostro piazzamento siamo anche decisamente fortunati quando l’attesa tra un treno passeggeri e l’altro viene interrotta dal transito di un convoglio merci che passa peraltro nella direzione giusta per foto e video con il suo carico di carri pianali e di cisterne per il trasporto di gasolio.

Con un buon bottino nelle fotocamere torniamo nella caotica Fès non prima di aver fatto un altro scatto alla periferia della città dove diventiamo anche protagonisti di un simpatico siparietto. 
Vediamo infatti un venditore di fave e decidiamo di acquistarne alcune. La comunicazione però è più complessa del previsto.
Noi parliamo un francese che farebbe ridere anche Totò e lui sbiascica qualche parola della medesima lingua in mezzo a molto arabo. La contrattazione si fa serrata e diventa ancora più surreale quando viene in nostro soccorso un altro personaggio che ci si rivolge unicamente in arabo.
Alla fine torniamo in auto con un sacchetto stracolmo di fave per il quale avremmo dovuto lasciare al coltivatore 2 dirham ossia ben 0,18 centesimi di euro. Gli consegniamo il doppio lasciandolo abbastanza attonito e torniamo nel Riad, perché è ora di visitare la città con le ultime ore di sole della giornata e la notte che arriva.

Con pochi passi a piedi siamo subito alla Bab Bou Jeloud, la Porta Blu che dà l’accesso alla medina.
Qui si apre un mondo fatto di ristoranti, negozi che vendono qualsiasi cosa, tanto di cibo quanto di souvenir e il consueto dedalo di vicoli che avevamo già visto nella città vecchia di Rabat.

Con qualche chilometro in più arriviamo invece alla Mellah, il quartiere ebraico recintato dalle mura che vede al suo interno la Sinagoga Ibn Danan alla quale si accede in modo quasi anonimo tramite una semplice porta indistinguibile da quelle delle case vicine.
Sulla piazza antistante si trova invece il Palazzo Reale Dar El Makhzen che non è aperto al pubblico ma può essere visto unicamente da fuori.

 

Fès meriterebbe certamente un maggiore approfondimento ma la mattina seguente dobbiamo andare a vedere Chefchaouen quindi ci limitiamo a cenare nella medina dove prendiamo degli ottimi spiedini di pollo che qui vanno per la maggiore anche per evitare di mangiare ancora tajine e couscous che il nostro stomaco inizia a rifiutare.

La mattina dopo la sveglia è presto. Per andare a Chefchaouen servono tre ore di macchina abbondanti durante le quali si attraversa un paesaggio ancora una volta del tutto inatteso. Il nostro veicolo è infatti circondato da colline e prati verdi e se fossimo stati catapultati lì senza alcuna consapevolezza avremmo giurato di trovarci in Toscana.

Chefchaouen è un piccolo gioiello e viene definita la "perla blu" per via della tipica colorazione azzurra delle sue case.
Non si conosce esattamente da dove derivi l’usanza di verniciare abitazioni e strade di blu. Una ipotesi sostiene che furono gli ebrei a dargli questa sfumatura per rievocare il colore del Paradiso mentre un’altra sostiene che sia stato fatto meno prosaicamente per allontanare le zanzare.

 

Quale che sia il motivo, girare per le vie della medina è qualcosa di unico. Tutto è dipinto di blu, case, porte, finestre, scale e gli agenti atmosferici ammorbidiscono o induriscono la tonalità, creando giochi di luce davvero singolari.
La località è ovviamente molto turistica e vi si trova davvero di tutto, negozi di souvenir ma anche di tessuti, ristoranti ma anche venditori di spezie, saponi, prodotti di bellezza e suppellettili per la casa.

Nel blu che si rispecchia ovunque sotto al sole spiccano i colori dei teli esposti fuori dai negozi ma anche quelli delle tinture per le stoffe che vengono sapientemente lasciate lungo le strade quasi a voler rendere palese il contrasto cromatico. Camminando per le strette vie si raggiungono anche le cascate di Akchour, senza dubbio belle ma decisamente non imperdibili.

 

A Chefchaouen il tempo passa decisamente in fretta ma dopo qualche ora è tempo di tornare a Fès per guadagnare nuovamente una cena, il Riad e quindi il letto perché il giorno dopo ci aspettano 7 ore di viaggio per raggiungere il deserto.

È vero che avremo un tour con autista (Nomade Lifehttp://www.nomade-life.com) ma meglio presentarsi all'appuntamento quanto più freschi possibile.

Foto di Lorenzo Pallotta e Francesco Storai

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